Mauro Gatti lavora a presso il leading digital entertainment studio Jib Jab da anni ed è diventato esperto del settore digitale di Los Angeles. Gli abbiamo chiesto alcuni consigli per chi volesse intraprendere questa strada.

Da graphic designer a Director of Mobile App per JibJab Studios di Los Angeles. Come si sviluppata la tua vita professionale?

Dopo almeno 13 anni da imprenditore a Milano e dopo aver venduto la mia agenzia di digital advertising ho deciso di prendere una (lunga) pausa dal mondo della pubblicità. Da qualche anno la voglia di concentrare le mie forze sulla realizzazione di prodotti digitali per il mercato mobile si era fatta sempre più forte sentivo che il prossimo passo della mia carriera/vita doveva essere in un paese dove il settore fosse molto avanzato e ricco di opportunità.

Il lavoro in JibJab è nato quasi per caso, Evan e Gregg (i due fondatori di JibJab) venuti a conoscenza della mia intenzione di trasferirmi all’estero, mi hanno offerto di far parte del loro progetto di rilancio dei loro digital products, prima focalizzandomi sul brand educational StoryBots e ora per il lancio di un’app di emoji animate e personalizzate con la propria faccia.

Oltre al mio lavoro da consulente in JibJab, qui continuo anche la mia carriera di illustratore/creativo freelance focalizzandomi anche in quel caso sulla produzione di contenuti per prodotti mobile spaziando tra emoji e stickers animati e casual games.

Come mai hai scelto Los Angeles?

Essendo stato diverse volte a LA come turista ho sempre apprezzato il suo clima, la sua vastità, la ricchezza culturale, l’abbondanza di opportunità e il fatto che pur lavorando qui, il vivere vicino al mare mi da la sensazione di essere sempre in modalità vacanziera.

Parlaci del tuo background. Come è stata la tua formazione?

Da sempre innamorato del digitale e delle sue infinite possibilità e di arte e illustrazione ho cercato negli anni di coniugare queste due passioni per costruire una carriera. Partendo dall’epoca dei cd-rom per arrivare a quella della virtual reality ho esplorato diversi business e settori prima come freelance e poi come imprenditore. L’esperienza più lunga e gratinante è stata fondare Mutado, un’agenzia di digital advertising che per anni in Italia è stata un riferimento per il settore e che mi ha fatto conoscere e collaborare con persone di incredibile talento e clienti di alto profilo. Sono autodidatta e cerco sempre di impormi nuovi obbiettivi e nuovi stimoli per non annoiarmi mai e per trovare nuove possibilità di business.

Di solito si tendono a idealizzare gli Stati Uniti in quanto ricchi di opportunità e aperti al nuovo. Qual’è la tua esperienza nel campo creativo in questo senso?

Idealizzare il business all’estero fa un po’ parte del masochismo italiano che tende a vedere sempre il bello solo fuori dai propri confini, di certo, soprattutto nel campo digital, è innegabile che l’America faccia da traino in termini di innovazione, tendenze ed investimenti. Perché la cosa più importante per chi fa questo lavoro è trovare qualcuno che creda in un’idea e ci metta dei capitali per realizzarla e qui in America il coraggio per fare quello non manca. Essendo poi la mecca del cinema e dell’intrattenimento è normale che offra molte opportunità lavorative e la possibilità di fare esperienza e curriculum. È proprio il fare esperienza la cosa che mi ha spinto al trasferimento qui, collaborare con grandi brand e l’essere esposti ad un diverso modo di fare business, sia come linguaggio che come rapporti e strutture aziendali è un indubbio vantaggio competitivo per il futuro.

Per capirci meglio, che differenza c’è tra il l’ambiente creativo di Milano e quello di Los Angeles?

Da un punto di vista creativo non credo ci siano differenze, anzi, credo che i creativi in Italia siano più eclettici e versatili perché costretti spesso a lavorare in condizioni di sfida. La grande differenza, come dicevo prima, sta nel fatto che qui (in generale in tutta la California) è terra di opportunità nel mondo digitale visto il grande numero di aziende, startups, fondi di investimento e incubatoi di idee/talenti. E poi anche dal punto di vista economico ci sono dei miglioramenti, una delle cose più piacevoli per chi come me per anni in Italia ha subito i pagamenti a 90-120 giorni, è il fatto di veder pagato il proprio lavoro freelance nel momento della consegna o, molto spesso, ricevere un anticipo alla firma del contratto di collaborazione.

Quali sono stati i problemi più grossi dopo il tuo trasferimento?

Non ci sono stati particolari problemi se non lo scontrarsi con il mitico Credit Score. Ogni persona negli Stati Uniti deve costruire un credito (credi history) che serve a misurare la propria affidabilita’ come debitori ed è assolutamente indipendente dal capitale che si ha in banca. Il credit score e’ un vero e proprio voto che bisogna costruire contraendo dei debiti, piccoli o grandi che siano. Per esempio, fare un lease sul telefono o sulla macchina (e non dimenticarsi mai di pagare una rata) aiuta a costruire il proprio score. Il problema e che quando ci si trasferisce questo score è zero e si fa davvero fatica a “contrarre debiti” o avere una carta di credito con un massimale dignitoso perché quando a decidere è un computer purtroppo non c’è modo di spiegare che il credito è a zero solo perché ci si è trasferiti da poco. Insomma, bisogna armarsi di pazienza e informarsi bene per far crescere il proprio score.

Per il resto la burocrazia qui è molto più semplice e meno intricata di quella italiana, per avere assegnato il Social Security Number (una sorta di codice fiscale) bastano un paio d’ore e la patente la si può prendere in un paio di giorni.

Quali passi deve compiere un creativo per trasferirsi a Los Angeles, e restarci?

Trasferirsi negli Stati Uniti non è semplice, serve una VISA. Ce ne sono di diversi tipi ma la più diffusa per chi fa il nostro lavoro è la O-1 Visa: Individuals with Extraordinary Ability or Achievement e deve essere fatta attraverso l’azienda che vi assume o un’agenzia che rappresenta creativi. Non servono incredibili requisiti per accedere ad una O-1 ma, se pagata di tasca propria, è un investimento consistente che non ha un’esito assicurato visto che la petition viene analizzata e giudicata da un agente governativo. Io sono arrivato con una O-1 e dopo 8 mesi ho fatto una petition per accedere all Green Card che offre molti più vantaggi se si vuole aprire una propria attività. Una volta ricevuta la propria VISA non ci sono altri grandi passi da compiere se non decidere la zona nella quale si vuole vivere (LA è immensa) e, visto l’alto costo della vita qui, farsi i classici conti in tasca.

Cosa ami e apprezzi di questa città? Cosa invece non sopporti?

Il clima prima di tutto, da quando sono arrivato non ho mai dovuto indossare una giacca e posso mangiare gelato 365 all’anno. Vivere a Venice a 5 minuti dal mare ha cambiato il mio modo di vedere le cose e mi ha dato un’energia nuova. Qui non piove quasi mai (infatti la siccità è un problema sempre più grande) e c’è sempre una temperatura incredibile, mai troppo calda e con una brezza marina costante.

Mi piace tantissimo guidare la notte, la città dopo le 9 di sera cambia forma, si svuota di tutto il caos e diventa fluorescente e silenziosa. Mi piace il fatto che ci siano decine di culture diverse e che ogni giorno aprono nuove gallerie e ristoranti. Non sopporto che la vita qui costa tantissimo, questo benedetto sole lo fanno pagare caro e che purtroppo la società americana ha creato un modello che premia e assiste solo chi si può permettere un’assicurazione e di vivere in una zona decente, dando vita così vita a zone come Skid Row, una gigantesca tendopoli di senzatetto ai margini del business district di LA.

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