Intercettiamo Fabrizio Capobianco alle 2:35 del mattino a Dubai. Restiamo svegli per farci spiegare i segreti della Silicon Valley da uno che ce la racconta dall’interno come imprenditore e finanziatore.

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Fabrizio Capobianco può raccontarci un po’ della sua storia personale? 

Io sono nato in Valtellina. Ho fatto il liceo classico anche se avrei voluto fare lo scientifico. Ma mia nonna, che insegnava latino e greco mi ha detto che il Classico apriva le testa. Poi sono andato a Pavia a fare l’università dove ho fatto ingegneria. Ho fatto una fatica a superare analisi I, anche se dopo è andato tutto in discesa. Mi sono laureato a Pavia e ho fatto lì il dottorato. In seguito ho fondato una società nel 1995 che si chiamava Internet Graffiti e si occupava di sviluppare progetti internet e siti web per aziende italiane. In seguito ho fondato Stigma che ha avuto partner importanti come Kraft e Novartis. Nel 1999 sono andato in Silicon Valley e da allora sono 17 anni che vivo lì. Ho inizialmente lavorato per Reuters e dopo due anni ho fondato Funambol e poi un’altra che si chiama TOK.tv

Lei ha avuto quindi un’istruzione universitaria tutta italiana. Proprio l’università è stata per molto tempo, e lo è ancora, la principale accusata perché non i grado di dare il giusto network ai suoi laureati. Cosa ne pensa dell’istruzione universitaria italiana? Quali sono le sue mancanze?

L’università italiana secondo me è ancora di alto livello. Lo vedo perché a Funambol abbiamo circa 60 persone a Pavia e a TOK.tv siamo tutti italiani. Tutti laureati in ingegneria o informatica. La formazione italiana è quindi estremamente buona, così come lo era allora. Io ho avuto la fortuna di lavorare con ingegneri italiani in USA ma anche in Asia e India, e non abbiamo niente da invidiare a nessuno. La nostra preparazione ci porta ad avere la capacità di nuotare nelle difficoltà, cioè raggiungere la soluzione del problema abbastanza velocemente. Io credo perché spesso, sin dall’università, le cose italiane non funzionano benissimo quindi se non sei creativo non ne esci. Se ti sei laureato vuol dire che sai trovare la strada. Quello che manca è il network, questo secondo me parte dalla concezione dell’università italiana che avanza a compartimenti stagni. Cioè l’ingegnere sta con l’ingegnere, l’economista sta con economisti e così via. Diciamo che manca una interdisciplinarità trasversale che è invece molto presente nei college USA. In più le università americana fanno un grande lavoro di placement e un fortissimo network di Alumni che sono legatissimi all’università.

Come è avvenuto il passaggio alla Silicon Valley?

Nel 1999 sono andato a fare un giro in Silicon Valley, dove ero già stato nel ’95 durante il dottorato insieme a mia moglie. La mia tesi era sulle interfacce visuali svolta nei laboratori HP. Poi ho scoperto che ne sapevo di Java, nella sua versione alfa, di più di quelli dell’HP, che però erano a un chilometro di distanza dalla Silicon Valley. Mi sono reso conto che un ingegnere italiano può avere la stessa preparazione di uno della Silicon Valley, grazie a internet, poiché non c’è più bisogno di essere sul posto per eccellere nel campo dei software. In seguito molti amici mi hanno consigliato di tornare nella Valley, perché fondamentalmente le aziende si facevano più grandi e internazionali in California. Seguendo mia moglie che aveva un posto a Stanford come dottoranda, siamo partiti per gli Stati Uniti senza sapere bene cosa fare. La mia idea era quella di fare un’azienda. Poi mi sono reso conto che avevo bisogno di un visto. All’inizio ero con il visto di mia moglie, poi ho trovato un lavoro. A fine 2002 ho preso la green card e sono tornato in Italia per sviluppare Funambol con l’idea che tutti avremmo avuto molti device e dispositivi nella nostra vita, e quindi ci voleva una piattaforma per sincronizzare tutti questi dispositivi. Allora non c’erano i tablet e nemmeno gli iPhone, ma abbiamo avuto un’idea lungimirante.

Lei ha più volte affermato che l’Italia ha un grande potenziale per quanto riguarda lo sviluppo e la programmazione perché siamo un popolo di creativi. Allora, a chi è da addebitare questa mancanza di “sistema Paese” che impedisce ai nostri ingegneri di restare in Italia ?

Mi sono reso conto che in Italia è il posto migliore per fare i software. Non abbiamo nulla da invidiare, anche se l’headquarter è nella Silicon Valley perché le aziende che diventano grandi vengono tutte da lì. Secondo me, poi, i nostri ingegneri restano per la maggior parte in Italia. Ho sempre trovato gente validissima e non condivido l’idea secondo la quale tutti scappano. Poi se qualcuno va in giro fa solo bene, anche all’Italia, perché va all’estero, impara e torna. Molta gente che ho assunto sono persone che sono tornate in Italia. C’è una evidente difficoltà di creare aziende che sfondano in Italia, questo per vari motivi. La Silicon valley rimane il posto migliore del mondo per investimenti nell’High Tech. Rubando la frase di qualcun altro “se io devo piantare dei pomodori probabilmente non lo farò in Norvegia ma in sud Italia perché cresce meglio e ci sono tutte le condizioni. Se devo fare un’azienda di software se la metto in Silicon Valley cresce più grande e più velocemente rispetto a qualunque altra parte del mondo”.

Rimanendo su questo tema, investire nell’Italia High Tech è sicuramente una buona scelta. Basti pensare che il costo di un software developer è di circa 68K dollari negli Stati Uniti, mentre in Italia lo stesso lavoro viene pagato 30k Euro. Sembra che se ne sia accorta la Apple, che ha portato in Campania il suo primo centro europeo di sviluppo delle App. Come mai questa rivoluzione tecnologia tarda ad arrivare?

In Silicon Valley minimo 100 mila l’anno! Il fatto che l’Italia sia meno costosa degli Stati Uniti o di Israele è sicuramente positivo. È un vantaggio competitivo. Questi investimenti arrivano solo ora perché siamo un po’ più indietro degli altri. Ci manca la banda larga ad esempio, anche se stiamo recuperando molto bene. La cosa negativa dell’Italia è che c’è una cultura che il software non vuole farlo nessuno. I programmatori non sono ben considerati socialmente. Mentre in America tutti vogliono fare gli sviluppatori e i software, che è la cosa più bella del mondo.

Non crede che, rovesciando la medaglia, lo spostamento della sola produzione di software o app in Italia, lasciando il centro nevralgico delle società, il management e soprattutto i brevetti nella Silicon Valley, possa creare un sistema non di reale creazione, ma piuttosto un complesso manifatturiero 3.0?

Il fatto che si faccia il software da qualche parte non cambia nulla. In un mondo globale il software si fa dove capita. Le aziende sono virtuali, non hanno un posto preciso e sono liquide. Oggi ha senso farle nella Silicon Valley per questioni di convenienza. Ma lo sviluppo si potrebbe fare dappertutto.

Cosa consiglia di fare a un ragazzo italiano che ha un’idea brillante ma non ha il network e le risorse economiche per svilupparla?

Prima cosa è crearsi il network. L’idea brillante non serve a niente. Di idee brillanti ce ne sono a miliardi. Non è certo l’idea che cambia il mondo, ma il modo in cui viene sviluppata. I ragazzi italiani mi dicono spesso di avere un’idea ma di non dirla a nessuno altrimenti la copiano. Io penso che se un’idea è così bella, e non ci sono già 10 aziende in Silicon Valley che la stanno facendo vuol dire che è un’idea che non vale. La cosa migliore è sempre condividerla con più persone possibili e pensare a come farla diventare realtà. Poi una cosa deve essere chiara. Ormai ci sono incubator eccellenti anche i Italia e si possono trovare i soldi lì. In Silicon Valley si viene ad imparare, ma trovare soldi e finanziamenti qui per un italiano è molto ma molto difficile. Il primo problema è proprio il visto, che è molto difficile da avere. Quindi bisogna trovare i soldi in Italia e poi trasferirsi in Silicon Valley.

Lei ha sviluppato una nuova idea, brillante per la sua semplicità, che si chiama TOK.tv. Un po’ social e un po’ televisione, questa piattaforma ha raggiunto il record di 10.000 social selfies in un giorno. Come è nata l’idea e come è stata presentata al pubblico? 

Abbiamo circa 10 milioni di utenti ad oggi e siamo partiti da un’idea molto personale. Sono molti anni che vivo in Silicon Valley e tutte le partite della Juventus le vedevo da solo. Avevo questo sogno di vedere le partite con qualcun altro, magari parlando. L’dea è stata quella di costruire una piattaforma vocale che mi permettesse di vedere la partita e parlare con altri utenti commentando insieme ciò che si vedeva. Siamo partiti con il baseball e la notte degli Oscar. L’idea di fondo è che non si dovrebbe mai guardare la televisione da soli perché c’è sempre qualcuno che conosci che sta guardando quello che stai guardando tu. Poi ci ha chiamato la Juve, dopo il super bowl. Poi il Real Madrid, poi Barcellona e così via.

Cosa pensa del progressivo spostamento della società dal mondo reale a quello digitale? È per lei un passaggio obbligato o c’è il rischio che si perda qualcosa che non può essere espressa dall’IT?

Secondo me è un passaggio obbligato. Tutto ciò che è reale diventerà digitale. In particolare la maggior parte di lavori che la gente fa in futuro saranno i robot a farli. In Silicon Valley questo è già presente, dalle macchine che si guidano da sole e altro. Tutti i lavori che sono attorno all’auto spariranno. I tassisti, i camionisti, ma anche il manifatturiero e i medici chirurghi, questo perché i robot faranno tutto e meglio. Rimarranno solo i lavori che servono per comandare i robot, quindi software.

Come ultima domanda, vista la sua esperienza, quali saranno le prossime rivoluzioni? In che direzione sta andando il Progresso?

La prossima rivoluzione sarà quella delle auto che si auto-guidano. Non ci saranno più parcheggi, le città saranno più pulite e più belle, che gli anziani potranno andare in giro senza preoccuparsi ed essere indipendenti. Vedo molto bene anche il futuro dell’Italia in questo senso, basta che si inizi a investire sul software perché è la cosa più bella del mondo.

Foto di Neuhailler

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