Certe volte, viene come il sospetto che per neutralizzare possibili fastidi derivanti dall’opinione comune (pubblica e non), si faccia di tutto affinché la confusione parta dai livelli basici, come quelli lessicali. È da tantissimo tempo, infatti, che sentiamo parlare di questo famoso TTIP, un acronimo che scritto così – per neofiti e non – può sembrare tutto fuorché quello che realmente è.

Partiamo con ordine: TTIP è una sigla inglese e sta precisamente per Transatlantic Trade and Investment Partnership. Si tratta in parole povere di un fondamentale accordo commerciale di libero scambio tra i paesi della Comunità Europea e gli Stati Uniti d’America, attualmente in fase di negoziato dopo circa 10 anni di preparazione. Avete letto bene, si tratta di un accordo fondamentale per tutta una serie di ragioni, le più semplici di queste stanno tutte in pochi numeri: la somma del Prodotto Interno Lordo di Stati Uniti ed Unione Europea fa – unità più, unità meno – circa il 45% del PIL mondiale, secondo i dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale nel 2013. Sovvertire quindi, in qualunque modo ciò venga fatto, ordini di siffatta misura, sposterebbe sicuramente gli equilibri mondiali. Tuttavia, parecchie sono le inquietudini inerenti questo TTIP.
Proviamo ad esaminarne alcune.

Numerosi sono gli enti e le associazioni (in Italia se ne contano circa 60 e tra le più famose c’è sicuramente Slow Food) che si stanno battendo contro il TTIP, per diverse motivazioni.
La prima è senza dubbio quella più oscura: la 
segretezza dello stesso accordo. Nel 2013, il Parlamento Europeo votò il mandato esclusivo a negoziare alla Comunità Europea (secondo accordi vigenti nel Trattato di Lisbona). Una volta fatto questo, è precluso – come da prassi negli accordi bilaterali commerciali – allo stesso Parlamento Europeo qualsiasi diritto di accesso, modifica o intervento sino a che il negoziato non sarà effettivamente concluso. Praticamente, nessun Governo democraticamente eletto in Europa può più dire la sua. In merito, sono state diverse le proteste di Parlamentari Europei che hanno provato a capirne di più ma hanno potuto a malapena leggere le carte senza opportunità di salvarne delle bozze, prendere degli appunti o fare dei post-it per poter meglio approfondire il tema.

Per leggerne di più, qui si trovano i pareri di due deputati tedeschi del partito Die Linke: Klaus Ernst e Katja Kipping, che sono arrivati persino a parlare di totalitarismo.

La seconda inquietudine è di livello politico/economico. Diversi sono stati gli studi effettuati sulle possibili migliorie che il TTIP potrebbe apportare. I primi benefici secondo Prometeia S.P.A. – a cui il Ministero dello Sviluppo Economico italiano ha commissionato delle stime – si verificherebbero, al più presto, nel 2018 con un guadagno massimo del +0,5% del PIL.

Ma a che prezzo tutto ciò? Altri studi sovvenzionati anche da importanti quotidiani europei – in Italia vi è, come spesso accade, silenzio tombale – hanno elencato altri possibili aspetti negativi. Tra questi uno dei più importanti deriva dalla creazione di gruppi di organismi tecnici che sarebbero fuori dal controllo di ogni Stato e fungerebbero quali enti di controllo affinché tutto proceda per il verso giusto. Iperliberalizzazione allo stato puro, che potrebbe portare a dispute in tribunale tra aziende con flotte di avvocati contro interi Stati come nel caso Philip Morris-Uruguay o nelle sei cause che lo Stato del Canada ha patteggiato – o perso – dovendo spendere più di 170 milioni di compensazioni varie.

Vale la pena per le già devastate finanze pubbliche del Belpaese?

Una terza causa è nell’ordine del benessere sociale: il TTIP dà veramente vantaggi alla popolazione? Teoricamente, sembrerebbe di no. Il vero rischio – soprattutto per paesi ad altissima esportazione come per esempio il nostro – è quello di vedere supermercati imbanditi di prodotti di bassa qualità che trionfano grazie ad un livellamento verso il basso dei prezzi, con tanti saluti a piccoli agricoltori, allevatori e settore terziario tutto. Senza tener conto del capitolo OMG, un braccio di ferro che potrebbe così finalmente giungere a (sfavorevole, per noi) conclusione.

E che dire delle normative legate al lavoro? Qui i dati sono contrastanti: se è vero che un mondo più unito potrebbe aiutare nell’aumento dell’occupazione (e della mobilità), è altresì probabile che si possa assistere a una nuova ondata di delocalizzazioni di imprese verso lidi con regimi economici più favorevoli, a discapito delle condizioni di una buona parte di lavoratori.

In quest’ordine di cose non va trascurato il tema ambientale: basti pensare – rileggendo quanto scritto poco sopra – a casi nei quali aziende inquinanti (in Italia ce n’è giusto qualcuna vagamente importante) decidessero di portare uno Stato davanti a un tribunale.

Sia chiaro, il TTIP è e rimane materia oscura. Altri lo indicano come l’ennesima prevaricazione degli Stati Uniti nei confronti degli stati emergenti (i BRICS, in merito, sono stati assolutamente esclusi da qualsivoglia negoziazione simile). Tuttavia, è chiaro che molti dei pareri che si possono trovare sul web sono di ordine disparato dato che la maggior parte delle informazioni serie recuperabili non sono ufficiali.

Anche per questo, fa specie che molti dei dati sui quali ognuno di noi si può fare un’idea vengano pubblicati da Wikileaks o da associazioni come Greenpeace, che con la sua sede in Olanda proprio in questo mese ha diffuso delle bozze di testo redatte fino ad aprile 2016. In sunto, qualsiasi punto di vista più o meno accurato che ci si possa fare in merito pecca quindi del male originale: quello dell’ignoranza, dato che quanto vi è in ballo sul serio si preferisce non farlo conoscere ai più.
E forse questo è già un motivo significante per potersi schierare.

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